Omosessuali in ritiro spirituale: una lettura diversa del caso

La notizia è questa e sta creando un putiferio: la diocesi di Torino ha organizzato un ritiro spirituale per ragionare sulla fedeltà nell’amore omosessuale. Era in programma a fine febbraio, ma è già stato annullato. Giusto? Sbagliato? Secondo me è opportuno aprire il fronte, ma non desidero parlarne qui. Perché, come sempre, si sono subito sciolte le cateratte ideologiche. C’è chi mi chiede se sia vero oppure una fake. Chi si avvolge nei rosari. Chi lancia strali di qua e di là. Chi approva, chi no. C’è anche una irritante nota santuffiziesca firmata da Costanza Miriano, giornalista immacolata, pura e limpida depositaria della vera fede cattolica che sbava di livore dal suo blog iperortodosso e sottomesso. Io dico: ragioniamone pure, ma con un altro stile e non con questo approccio da spocchiosi crociati contro il sacerdote promotore dell’iniziativa, il teologo Gian Luca Carrega. Sennò, davvero, meglio lo scisma, che tanto – ormai – non è neppure così sommerso. Serenamente, ognuno per la sua strada e piantiamola di guardarci in cagnesco. Poi – una volta dall’altra parte – capiremo finalmente su che cosa verremo giudicati.

Il grumo da sciogliere

Detto questo – e nonostante la tardiva presa di posizione ufficiale della chiesa subalpina (*) – mi pare che la questione sia un’altra. E cioè: come affronta la diocesi di Torino l’omosessualità all’interno del suo clero? Il problema non è da poco e l’arcivescovo Cesare Nosiglia e i suoi più stretti collaboratori in Curia lo sanno molto bene. Perché è uno dei temi dove la Chiesa oggi (non soltanto a Torino, intendiamoci) è più compromessa e dove sconta maggiormente una ipocrisia secolare. Se un sacerdote è in crisi, decide di lasciare l’abito, oppure s’innamora e mette incinta una donna, viene allontanato (o gli si propone di sparire per non recare scandalo). Come annientarlo in una colata di cemento, purché sparisca dai radar. Se un prete è omosessuale (praticante), invece, viene tollerato e spesso si chiude un occhio, se non due, quando tutti ne sono a conoscenza. Anzi, sebbene tutti ne siano a conoscenza. E continua nel suo ministero. Perché? Come mai? Esiste davvero una lobby che agisce in questa direzione?

I linguaggi da cambiare

Non ho nulla contro gli omosessuali. Alcuni miei amici lo sono, li trovo cari e simpatici. Ma questa falsità no, non la sopporto più. Specie se accade in Santa Romana Chiesa, condannata a sparire se non cambia rotta. E in fretta. Oppure, ma non mi sembra questo il caso, il ritiro spirituale per le coppie gay è una intelligente operazione mediatica (visto che sotto la Mole c’è ora anche un master con cui imparare a comunicare evangelicamente) per distrarre la comunità cattolica di Torino dai suoi veri problemi? Sicuramente, penso sia opportuno sottolinearlo, la comunicazione della Chiesa (di certo quella di Torino) non può più essere gestita con uno stile (di approccio al mondo, intendo) vecchio di almeno quarant’anni. Che, alla lunga, fa danni e crea solo sofferenze.

PER DOCUMENTARSI

Per farvi una idea: cliccando qui trovate la caritatevole letterina di madre Costanza Miriano; cliccando qui, invece, trovate l’articolo de La Stampa e di Vatican Insider che hanno raccontato dell’iniziativa; e, ancora, cliccando qui, l’intervista di Vatican Insider a don Robert Gahl, professore di Etica fondamentale alla Facoltà di Filosofia dell’Università Santa Croce, ateneo dell’Opus Dei

(*) Infine, a seguire, la nota ufficiale diffusa nel pomeriggio del 5 febbraio 2018 con cui l’arcivescovo Nosiglia annulla l’iniziativa:

DICHIARAZIONE DELL’ARCIVESCOVO DI TORINO CESARE NOSIGLIA

A proposito di alcuni interventi dei media circa l’impegno pastorale di don Gianluca Carrega, sacerdote della Diocesi di Torino incaricato per la pastorale degli omosessuali, è opportuno precisare alcuni punti.

La Diocesi di Torino ha da diversi anni promosso un servizio pastorale di accompagnamento spirituale, biblico e di preghiera per persone omossessuali credenti che si incontrano con un sacerdote e riflettono insieme, a partire dalla Parola di Dio, sul loro stato di vita e le scelte in materia di sessualità.

È questo un servizio che si è rivelato utile e apprezzato e che corrisponde a quanto l’esortazione apostolica «Amoris Laetitia» di Papa Francesco afferma e invita a compiere: «Desideriamo anzitutto ribadire che ogni persona indipendentemente dal proprio orientamento sessuale va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. Nei confronti delle famiglie con figli omosessuali è necessario assicurare un rispettoso accompagnamento affinché coloro che manifestano una tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (n. 250).

Questo è lo scopo del percorso spirituale di accompagnamento e discernimento proposto in Diocesi. Esso vuole dunque aiutare le persone omosessuali a comprendere e realizzare pienamente il progetto di Dio su ciascuno di loro. Ciò non significa approvare comportamenti o unioni omosessuali che restano per la Chiesa scelte moralmente inaccettabili: perché tali scelte sono lontane dall’esprimere quel progetto di unità fra l’uomo e la donna espresso dalla volontà di Dio Creatore (Gen. 1-2) come donazione reciproca e feconda. Questo però non significa non prendersi cura dei credenti omosessuali e della loro domanda di fede.

Per questo il percorso che la Diocesi ha intrapreso non intende in alcun modo legittimare le unioni civili o addirittura il matrimonio omosessuale su cui la «Amoris Laetitia» precisa chiaramente che «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie neppure remote tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia» (n. 251).

Alcune pubblicazioni hanno fornito, in questi giorni, interpretazioni diverse – spesso superficiali, a volte tendenziose – che rendono necessario chiarire le caratteristiche e i limiti del lavoro in questo ambito pastorale. Poiché si tratta di persone in ricerca, che vivono situazioni delicate e anche dolorose, è essenziale che anche l’informazione che viene pubblicata corrisponda alla verità e a una retta comprensione di quanto viene proposto, con spirito di profonda carità evangelica e in fedeltà all’insegnamento della Chiesa in materia.

Per questo ritengo, insieme con don Gianluca Carrega di cui apprezzo l’operato, che sia opportuno sospendere l’iniziativa del ritiro, al fine di effettuare un adeguato discernimento.

+Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino

Torino, 5 febbraio 2018

 

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Umberto Eco, l’incendio della Sacra e il fumus persecutionis

Credetemi, non ci avevo proprio pensato. Dopo l’incendio notturno alla Sacra di San Michele di qualche giorno fa in Valle di Susa e gli accostamenti con Il nome della rosa, c’è qualcuno che si è avventurato a dire che esiste una malvagia superficialità nel citare «l’anticattolico Umberto Eco».

La malattia dell’innesco

Ormai non esiste argomento in cui alcune creature – in possesso della verità (cattolica) – non trovino, è il caso di dirlo, un fumus persecutionis. Lasciamo perdere il povero Papa Francesco (e le perfidie che quotidianamente gli appioppano per dire che sta portando ad abbeverare in Vaticano i cavalli del relativismo e dell’eresia), ma qui siamo in presenza di una malattia grave. Già c’è da chiedersi dove ci porterà, in Italia, questa campagna elettorale. Figurarsi poi dal punto di vista delle idee. Colpevoli i giornalisti di essersi fermati al Guglielmo di Baskerville interpretato da Sean Connery e di non avere ricordato la Linea Sacra di San Michele, percorso ideale che taglia l’Europa per duemila chilometri collegando sette monasteri dedicati all’arcangelo Michele (vil razza dannata noi giornalisti, d’accordo, ma sempre noi?). Comunque: qualsiasi argomento potrebbe ormai diventare un innesco.

Una gabbia di matti

Torneremo a ragionare? Se si segue questa deriva ideologica non si riuscirà più a discutere di nulla. Dici straniero e c’è chi si mette a urlare, citi Umberto Eco e  subito va all’indice il «romanzo dissacratore», parli di omosessuali e scattano allarmi nucleari. Saranno quattro gatti esagitati, cattolici integralisti, quello che volete: provate a fare un giro tra i social e trovate comunque abbondante documentazione. Se vogliamo tirarci fuori dal pantano in cui spesso il nostro Paese si trova a camminare, dobbiamo smetterla di far divampare incendi. Non siamo più capaci di discutere perché siamo incapaci di relazioni. E chi sbava bile su qualunque argomento (dal Buondì Motta al gender, dai presepi ai preservativi) ne è l’esempio più evidente. Siamo pieni – da qualunque parte – di matti furiosi che pensano di saper discutere. Potremmo impegnarci per disinnescare queste mine anti-uomo partendo dalle piccole cose, servirà?

Post-scriptum

Visto  che si è parlato di Sacra di San Michele, suggerisco – per chi ama il genere – di andare a leggere qualche poesia di Clemente Rebora, che proprio da quegli strabiombi provò a descrivere le “vertigini spirituali”.

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Mister Nutella, il capitalismo familiare dei Ferrero e l’impresa responsabile

La promessa risale a meno di un anno fa: da Alba andremo alla conquista del mondo. L’hanno mantenuta.  Ferrero ha annunciato poche ore fa l’acquisizione delle barrette di cioccolata della Nestlé: una operazione da 2,8 miliardi di dollari. Saranno una ventina i marchi che, grazie a questo deal, passeranno al gruppo dolciario italiano: Butterfinger, BabyRuth, 100Grand, Raisinets e Wonka, per esempio, ma anche le caramelle weeTarts, LaffyTaffy e Nerds. E l’accordo prevede per Ferrero il diritto esclusivo sul marchio Crunch negli Stati Uniti nel comparto del confectionery.

L’annuncio era atteso già da qualche giorno. Ragionavo sull’evoluzione di questa azienda piemontese e che cosa ci può dire. Appena il 30 marzo dello scorso anno veniva annunciato un cambio di governance, con un top manager nella funzione di amministratore delegato (Lapo Civiletti) e Giovanni Ferrero presidente esecutivo. Quest’ultimo, fratello di Pietro (scomparso prematuramente nel 2011) e figlio di “Mister Nutella” (il “signor Michele”, mancato nel 2015) ha avuto coraggio:  nelle famiglie di imprenditori italiani non è semplice il passaggio generazionale e lo è ancora meno la decisione di affidare a un “esterno” le redini dell’azienda. A maggior ragione quando l’obiettivo dichiarato è rafforzare la capacità competitiva sui mercati e accelerare il percorso di crescita.

Il “signor Michele”

Il “signor Michele” – nello stretto riserbo tipico della tradizione langarola (Alba è pur sempre la ruvida terra di Beppe Fenoglio) – non voleva sentire parlare di quotazione in Borsa o di acquisizioni di altre aziende, ma solo di crescita “interna”. Lavorare bene, produrre, espandersi. Il figlio Giovanni e la sua “squadra” stanno innovando. Parliamo di un gruppo che supera i dieci miliardi di fatturato,  ma che ha valori solidi e fondati: il senso di appartenenza e del dovere, uno sviluppato welfare aziendale (che vuol dire attenzione ai dipendenti come persone, dagli asili nido al dopo lavoro, alle iniziative per gli anziani e a tutela della salute), l’attenzione all’ambiente. Una bella sfida: se non cadranno nelle tentazioni della Finanza e del suo vigliacco modo di inventarsi denaro fasullo, ma resteranno fedeli a questo intelligente modello manifatturiero di “made in Italy” agroalimentare, potranno diventare un punto di riferimento interessante per la nuova stagione che si sta aprendo per il capitalismo mondiale. Facendo vedere, cioè, che si può essere – come sostengono alcuni economisti alla Stefano Zamagni e Luigino Bruni – una impresa civile, cioè responsabile: in grado di fornire ragioni, entusiasmo, benessere.

Una follia? Non penso. Dovremmo riscoprire gli scritti di Elinor Olstrom, prima donna Nobel per l’Economia (ahinoi, dimenticata e poi scomparsa nel 2012), e la sua opera fondamentale «Governare i beni collettivi» (Marsilio, 2006).  Innovare, senza zone oscure. Qualcosa che dovrebbero imparare i nostri decisori pubblici, molti industriali farfalloni e guru tipo mister Jeff Bezos di Amazon. Ci riusciranno? Per adesso, questa colossale acquisizione sembra il modo migliore per onorare la memoria del “signor Michele”.

Per approfondire ulteriormente, una analisi di Paolo Bricco sul Sole 24 Ore: «Dagli Olivetti agli Elkann ai Ferrero, il sogno americano del capitalismo del Nord-Ovest».

 

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L’esercito dei rosari, il protestante Delpini e le bussole impazzite

Il Rozaniec do Granic non mi convince. Il rosario dei confini, recitato da migliaia di polacchi lo scorso fine settimana come lunga catena umana di preghiera per riaffermare le radici cristiane dell’Europa, non mi convince. Su Avvenire ha parlato il portavoce della Conferenza episcopale polacca don Pawel Rytel-Andrianik: «È triste che si strumentalizzi un momento di vera fede». Il concetto è: «Non è stata una preghiera “contro”, ma “per”, a favore. Della pace, dell’amata nazione polacca, dell’Europa perché non dimentichi il ricco patrimonio di fede e di umanità imparato alla scuola del Vangelo». [il link all’intervista curata da Luca Geronico cliccando qui].

Sarà. Ma è un cattivo segnale quando le fedi vengono utilizzate come spade. E questa era anche una iniziativa contro l’islamizzazione, comunque la si giri. Molte persone, sinceramente devote, avranno partecipato con lo spirito giusto. Non so se si può dire lo stesso di tutti i vescovi polacchi e degli organizzatori: nessuna strumentalizzazione, reverendo Rytel-Andrianik..

Che orrore sentir dire “armati di rosari”. Non mi piacciono i muri che ha nella testa il presidente Trump (e tanti cafoncelli suoi emuli), dove saltellano raminghi i pochi neuroni che lo abitano; non mi piacciono i muri delle ideologie, tanto meno i muri religiosi. Sono soltanto l’effetto del “timore-tremore” di molti (direi, meglio, del panico di tanti) dovuto alla incapacità di relazione e di confronto con l’altro, con la diversità.

Intendiamoci, non bisogna scivolare nel buonismo a buon mercato e non aiuta farla facile sia sul nodo immigrazione sia sul dialogo con l’islam. Tuttavia, provate a curiosare tra le idee del granitico Riccardo Cascioli, direttore della Nuova Bussola Quotidiana (NBQ), testata online che ci difende dalla secolarizzazione e dal perfido Papa Bergoglio, eretico, apostata e protestante: «Non so chi abbia avuto il privilegio alla messa di ascoltare un prete ricordare che la festa (della Beata Vergine del Rosario, ndr) trae origine dalla battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 – ammonisce Cascioli – in cui la flotta cristiana sconfisse la flotta turca salvando l’Europa dall’invasione islamica, una vittoria che si deve alla fede di tanti cattolici europei che accompagnarono la flotta con un esercito di rosari». [potete leggere il suo editoriale cliccando qui]

Capite? Bussole inchiodate e rigide, altroché strumenti per orientarsi. Ieri – sempre nel florilegio garbato della NBQ – l’arcivescovo di Milano Mario Delpini è stato severamente rampognato per la sua “ricetta ambro-luterana”. Lo scrive il professor Tommaso Scandroglio: «Meno messe, più Parola, anzi più parole. Una deriva che è schiettamente di matrice luterana. Nell’indicazione di monsignor Delpini riverbera il portato teologico di Lutero che con quel suo “sola scriptura” assegnava l’opzione preferenziale alla libera interpretazione dei testi sacri (libero esame) a discapito dell’insegnamento del Magistero». Poi, aggiunge il puntuto articolista a proposito dei 500 anni dalla Riforma e di una conferenza ecumenica sul tema, attenzione: «le letture “spirituali” protestanti declamate in una basilica cattolica farebbero il pari della lettura del Mein Kampf in una sinagoga». [trovate cliccando qui tutta la schiumosa arroganza di chi pensa di possedere la verità…].

Non sopporto queste creature supponenti (e sovente deliranti). D’accordo, saranno quattro gatti ringhiosi amplificati dal Web, ma c’è molta gente che inanella questi pensieri. Io li leggo, stupefatto, anche per vedere fin dove si spingeranno, ma proprio non li capisco. Non condivido nulla. Pronto a dare la vita perché possano esprimersi, sia chiaro, ma ritengo di non avere nulla in comune con costoro.  Mi sono già autodichiarato eretico, per cui non si preoccupino questi inquisitori, gli stessi, peraltro, che si stracciano le vesti per Bergoglio a tavola con i poveri di Bologna dentro San Petronio. Finirò tra le fiamme eterne. Forse, chissà, è proprio lo scisma sommerso di cui parlava Pietro Prini. Ma quanto è avvilente.

Proprio ieri – sarà un caso? – Papa Francesco nella messa mattutina di Santa Marta – meditando il libro di Giona  – ha sottolineato come i «testardi di anima» non capiscono la misericordia del Signore. Perché i «rigidi» non sanno «allargare il cuore» come Dio.

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La chiesa di Bergoglio e la chiesa (torinese) di Nosiglia

Qualche giorno fa, da torinese, avevo scritto (trovate il testo cliccando qui) in merito a una vicenda che riguarda un piccolo comune della diocesi guidata dall’arcivescovo Cesare Nosiglia: Pecetto, dove la stragrande parte della comunità è in rivolta contro il parroco, per la sua disinvolta gestione del denaro. Ci sono naturalmente altre questioni oltre a quella economica, ben note e chiare da anni ai vari monsignori di Curia, sulle quali mai sono intervenuti se non spostando la creatura un po’ qui un po’ là. Ed essendo questo sacerdote, don Marino Basso – già rettore del Santuario della Consolata in Torino – pure un esorcista, non ha trovato meglio da dire per difendersi che è Satana a vendicarsi contro di lui possedendo le catechiste. Ullallà. Ma questa storia – su cui volutamente non mi addentro – se la vedranno i protagonisti con la loro coscienza (e, forse, pure con i tribunali), senza dimenticare (lo sappiano molto bene in via dell’Arcivescovado dove ritengo abbiano pesanti responsabilità) che c’è chi sta male e ci soffre enormemente. Non fare nulla o, peggio, dire che si tratta di una “rissa da paese”,  sussultare per le “fughe di notizie” o per i giornalisti cattivi che scrivono, non fa – questo sì – che provocare danni alla Chiesa (altro che la secolarizzazione, non c’entra proprio niente, cari miei).

Per me il punto è un altro. Della vicenda hanno parlato il quotidiano torinese “La Stampa” e i giornali periodici locali. Ma sull’ultimo numero del settimanale diocesano – La Voce del tempo” – neanche una riga. Certo, la vicenda è imbarazzante, c’era da aspettarselo, ma lo trovo vergognoso. Lo dico con affetto e stima per gli amici e i colleghi che ci lavorano (io, d’altronde, ho iniziato lì nei primi anni ’80, quando si chiamava “La voce del popolo”). Lo dico con altrettanto affetto per molti che conosco nella Curia. Ho anche lavorato ad “Avvenire”, dove vi sono fior di professionisti, e so il meccanismo che scatta in questi casi ai piani alti, anche se ultimamente le cose un po’ stanno cambiando: sopire, addormentare, negare, sorvolare.  Ma oggi non ha più senso. È un boomerang, tra l’altro. Non bisogna avere paura di affrontare i “mal di pancia” che affliggono Santa Romana Chiesa. Sennò che invita a fare i giornalisti, caro monsignor Nosiglia, in occasione della Giornata delle Comunicazioni sociali e per la festa del patrono San Francesco di Sales in gennaio?

Basta con i fervorini, servono gesti e scelte credibili. Diversamente, con corto circuiti del genere, si mettono colpevolmente in ombra le straordinarie, silenziose storie quotidiane che ogni giorno gruppi, parrocchie, movimenti e realtà cristiane torinesi fanno sbocciare nella città dei santi sociali. Ci sono tante cose non dette nella chiesa di Torino, a partire – tanto per citare un tema su cui si sono messi tappi a non finire – dalle spese egiziane (nel senso di faraoniche) per la Basilica del Santo Volto, voluta dall’iperattivo ed edificante cardinale Severino Poletto.

Delle due l’una. O la chiesa sarà quella evangelica che questo Papa venuto “quasi dalla fine del mondo” sta spingendo oppure non sarà. È un modello di Chiesa – in gioco – e il dramma è che non si trovano più luoghi e spazi dove dirsi queste cose (che tutti pensano e soffrono). Ascoltate che cosa dice sul punto un “eretico” come Vito Mancuso, stuzzicato sull’idea di futuro dalla Fondazione Agnelli (posto il video al fondo). Insomma, coraggio: tiriamo fuori gli attributi per le cose che contano, specie nella Curia torinese. O vogliamo dare ragione a coloro che considerano la cattedra di San Massimo vacante dopo la morte dei cardinali Pellegrino e Ballestrero?

Post scriptum. Lo so: il titolo di questo post è urticante e non avrei voluto farlo. E le parole sono ruvide. Poi ho cambiato idea. È polarizzante? Papa sì, Papa no? Io sono portato per indole alla mediazione, ma nel giorno in cui il dottor Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior, scrive la “Correctio Filialis” insieme a una sessantina di persone sulle presunte eresie della esortazione “Amoris Laetitia” mi sono detto: basta, smettiamola, il bivio c’è, è enorme, tanto vale affrontarlo. E io, giusto per chiarire, oltre a essere un “eretico” sono di conseguenza un pessimo cristiano e, sicuramente, un pessimo cattolico. Non sopporto più né gli untuosi atteggiamenti clericali né il presunto richiamo alla dottrina e alla tradizione di coloro che sono pronti a gettare la prima pietra e a dirmi che finirò nella dannazione eterna. Ecco, sono profondamente avvilito.

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Satana, i parroci e i colpevoli silenzi curiali

È approdata oggi sulla cronaca cittadina della Stampa (qui c’è il link al servizio intitolato «L’invettiva del parroco “Satana divide la comunità”»). La vicenda accade a Pecetto, sulla collina torinese e ha come protagonista un sacerdote e una comunità – diciamo stragrande parte della comunità – perplessa per tanti aspetti, dalla gestione economica un po’ disinvolta del sacerdote e altro ancora. Giusto per non calcare la mano.

Non entro nel merito, anche se conosco molti risvolti della vicenda, però sono deluso,  amareggiato e arrabbiato. Nei sacri palazzi curiali (a partire dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia e dai suoi più stretti collaboratori) erano a conoscenza da tempo di una situazione che poteva diventare esplosiva (disinvolta gestione economica dei bilanci, per capirci, tanto che non venivano più date offerte o quasi per mancanza di fiducia; e non è neppure stato messo in piazza tutto, direi per senso di responsabilità; ma in Arcivescovado conoscono perfettamente quasi ogni dettaglio). Non hanno fatto nulla. Nulla. Omissione colposa o dolosa? Non lo so, francamente. Sopire, magari negare, dire che è tutto sotto controllo, esagerazioni, beghe di paese. Vecchia e astuta scuola di democristiana memoria? O ingenuità figlia di mediocrità? Adesso che il bubbone è scoppiato – e che naturalmente mette sotto i riflettori uno dei peggiori lati di Santa Romana Chiesa – diranno (sono pronto a scommetterci) che è colpa dei media, dei social, dei giornalisti vampiri. Ma è modo?

Papa Bergoglio è sicuramente una figura che polarizza: o piace o non piace. Ma io mi auguro con tutto il cuore che possa scardinare  questo sistema. Qui non si tratta di mettere in croce un prete o di parteggiare per una comunità. Ma di vivere un modo diverso di governare la Chiesa: con intelligenza, realismo e senso di responsabilità. Il diavolo sta lì, nell’impedire questo: non nel perseguitare l’angelico parroco di Pecetto.

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Il silenzio, gli eremiti, le metropoli: tra Cognetti e Simon&Garfunkel

La morte mi è passata di nuovo vicino. Se n’è andato uno zio anziano, musicista e docente al Conservatorio, un cuore caldo, conviviale, ironico e ricco di spirito. Anche sui suoi malanni. Ero all’obitorio di Milano il 14 agosto. Un clima surreale, in lotta con l’odiosa burocrazia italiana che si diverte con gli inciampi anche quando non sei più in vita: perché se muori in casa, solo, di notte, e vieni ritrovato il mattino dopo dal portinaio si scatena una infernale giungla normativa. E poi, neanche un prete per chiacchierare, come cantava Celentano: in realtà ce n’era uno giovane, o forse d’età indefinibile, ucraino. Ha pronunciato poche e sagge parole, per i pochissimi che eravamo. Siamo riusciti a fare silenzio, a pensare, nonostante l’afa umida e la tristezza addosso.

Rientrando, al volante, mi è venuto in mente un dibattito al quale ho partecipato qualche mese fa sulla rivista dell’Università Cattolica, Vita&Pensiero, grazie all’amico e collega Roberto Righetto che mi ha coinvolto. Cliccando qui potete trovare tutti i riferimenti.  Avevo messo in fila alcuni ragionamenti dopo aver letto le riflessioni dello scrittore Paolo Cognetti pubblicate su “Vita e pensiero” a fine 2016. Ne sono rimasto colpito. Non soltanto per il fascino letterario nell’affrontare il tema degli eremiti del XXI secolo (non era un caso, d’altronde, che Gustave Flaubert venisse chiamato “l’eremita di Croisset”), ma perché mi è capitato, da cronista, di avvicinare gli ultimi custodi del silenzio. L’ho fatto di recente, riprendendo carte, appunti e reportage di tempo addietro, quando negli anni Novanta mi ero messo sulle tracce degli anacoreti per l’Avvenire: incontri straordinari, arricchenti. Con alcuni ho mantenuto contatti abbastanza regolari, con altri li ho ripresi, con altri ancora li ho attivati provando da aprire nuove porte, anche con chi vive una tradizione diversa da quella cristiana: induisti, buddhisti, sufi musulmani.

Ho riascoltato The sound of silence di Paul Simon e Art Garfunkel, lanciata nel 1966 e poi anche colonna sonora de “Il laureato” con un giovanissimo Dustin Hofmann. «And in the naked light I saw ten thousand people, maybe more; people talking without speaking; people hearing without listening, … And no one dared disturb the sound of silence». Per me, baby boomer degli anni Sessanta, una melodia emozionante. Ma quelle parole… «Fools said I you do not know, silence like a cancer grows». «Stupidi, io dissi, voi non sapete che il silenzio cresce come un cancro…»: parole dette a «migliaia di persone e forse più, viste nella luce nuda, persone che parlavano senza emettere suoni, che ascoltavano senza udire e… nessuno osava disturbare il suono del silenzio». Nell’ossimoro del titolo, il suono del silenzio, c’è il tema, attualissimo, dell’incomunicabilità, del timore-tremore di essere soli con se stessi.

Forse, quando si superano abbondantemente i cinquant’anni, ci si fa prendere dall’ansia dei primi bilanci e pensi che queste creature così all’opposto della logica con cui tutti stiamo vivendo, possano offrire risposte sensate a quelle domande, interiori, che ancora non le hanno ottenute. Occupandomi adesso al Sole 24 Ore di economia del territorio intrecciata agli scenari internazionali (geopolitica, finanza, confronto tra le civiltà), sentivo anche l’esigenza di trovare qualche fonte radicale, capace di far intuire una luce, una direzione. Lo smarrimento dovuto alla lunga crisi è frastornante. E sappiamo quanto le prospettive ultime siano una dimensione oggi nascosta o narcotizzata. Paura? Nebbia profonda? Simon&Garfunkel iniziavano così: «Hello, darkness, my old friend». Ciao, oscurità, vecchia amica. Un intreccio, un segnale.

Ho scritto sugli eremiti, ho compiuto un viaggio esistenziale prima ancora che professionale (volendo, trovate ancora, sul Web, qualche copia di «Un eremo è il cuore del mondo», Piemme, 2011). Di fronte agli occhi trasparenti di queste persone con cui ho dialogato – uomini e donne, una ventina – non possono che cadere le maschere. Sono tanti gli eremiti, ben più di quanto immaginiamo: dispersi un po’ ovunque, con una moltitudine silenziosa che va a cercarli per ottenere nutrimento e ossigeno. Gli eremiti di oggi vivono in baracche, grotte, casupole vicino a comunità monastiche e chiesette fatiscenti ristrutturate con l’aiuto di amici e sconosciuti affascinati dal loro progetto. In luoghi (boschi, radure, bricchi poco accessibili), anche se freddi, autenticamente “caldi”. Perché diventano “cuore”, “casa”. Il mistico è proprio colui che ha il coraggio di andare a fondo di questa esperienza, di addentrarsi nella materia, di avventurarsi nelle profondità, di percorrerne le viscere, fino ad arrivare al centro: sprofondare per poter salire. Vertigini spirituali.

Ho colto anche quanto possano essere atteggiamenti spirituali l’umorismo e l’autoironia: nel giusto dosaggio aiutano a non prendersi troppo sul serio, a non fare di noi stessi e delle nostre idee degli idoli. Mio zio, vedovo da quindici anni, era un po’ così, a riprova che certi ingredienti della vita possono essere utilizzati anche nel caos metropolitano (da leggere, sempre su Vita&Pensiero, quanto ha scritto Antonella Lumini: «Il punto centrale della chiamata alla solitudine non riguarda il distacco dalle cose del mondo, la vera vertigine del solitario è data soprattutto dal distacco dalla voce dell’ego collettivo che si fa sentire ovunque, anche nel luogo più remoto»).

Gli eremiti non hanno una vita facile. Sono sentinelle nella notte, spesso spiritose (perché non egocentriche, appunto), fari che possono indicare una strada. Un anonimo e severo anacoreta, prima di lasciarci, mi aveva allungato un testo di Tomáš Špidlík: «I credenti non sono in grado di provare la loro fede in Cristo con argomenti di ragione. Ma il sentimento del cuore dà loro la certezza di essere sulla giusta strada della salvezza». Come si definisce un eremita? «Chissà», mi aveva risposto il francese Adalbert De Vogüé, grande studioso di San Benedetto: «Sono pieno di limiti. Ogni monaco è un marginale. E un eremita è un monaco al quadrato, un marginale fra i marginali che vuole soltanto stare alla presenza di Dio: non pretende affatto di essere un segno, perché il deserto è l’insignificanza». Tracce che potremmo seguire anche oggi. Simon&Garfunkel concludevano così: «And the signs said “The words of the prophets are written on the subway walls and tenement halls and whisper’d in the sounds of silence». Una bella immagine, una scritta saettata – in quella canzone – dal dio-neon creato dalla gente: «E le insegne dissero: “Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana e nei corridoi delle case popolari e sussurrate nel suono del silenzio”».

 

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